IL BENE COMUNE, il LIBERALISMO e MODERNA ANARCHIA

IL BENE COMUNE, il LIBERALISMO e MODERNA ANARCHIA

            Fin dalla comparsa della cosiddetta questione sociale, sorta da situazioni di disagio e di ingiustizia riguardanti le condizioni di vita e i doveri di molti lavoratori, particolarmente durante la cosiddetta Rivoluzione industriale del XIX secolo, il Magistero della Chiesa ha unanimemente insistito, in numerose occasioni, sulla nozione di bene comune e sulla necessità di tendere efficacemente ad esso:

Papa Leone XIII, chi scrisse l’enciclica ‘Rerum Novarum’.

           Già Leone XIII, nella lettera ai vescovi francesi sulla questione del legittimo governo (l’enciclica Au Milieu des Sollicitudes, promulgata il 16/2/1892), parlando di una legittima forma di governo, assicurava che il “suo scopo, è il bene comune, per il quale l’Autorità sociale è stata istituita”. Lo considerava dunque scopo della autorità e fondamento di essa, in qualche modo. E ancora: “il bene comune, fine ultimo ed elemento costitutivo della società umana”. Si arriva al punto di affermare che i doveri di rispetto e sottomissione perfino a un’autorità costituita ‘di facto’ “deve durare finché le esigenze del bene comune lo richiederanno, perché questo, dopo Dio, rappresenta nella società la legge prima ed ultima”[1].

            Il Catechismo della Chiesa Cattolica, in riferimento al precedente Concilio Vaticano II, arriva a una definizione tassativa come la seguente: “Per bene comune si deve intendere «l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono ai gruppi, come ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente» (GS 26).  Il bene comune interessa la vita di tutti. Esige la prudenza da parte di ciascuno e più ancora da parte di coloro che esercitano l’ufficio dell’autorità”[2]. Esso (il bene comune) suppone tre condizioni: 1 – il rispetto della persona in quanto tale, il che suppone i diritti fondamentali ed inalienabili di ognuno; 2 – il benessere sociale o sviluppo del gruppo stesso, come sintesi di tutti i doveri sociali; 3 – la pace, che significa stabilità e sicurezza di un ordine giusto, compresso la legittima difesa[3]. Di fatto, dalla necessità del bene comune nascono dei doveri riconosciuti anche da coloro che negano l’esistenza di un bene comune indipendente, come il versamento delle imposte o il servizio alla difesa[4].

      Gli avversari della nozione di bene comune non sono soliti procedere negandone direttamente l’esistenza -probabilmente a causa dell’evidenza di molte delle sue esigenze-, ma tendono piuttosto a snaturarla, affermando che esso sia il semplice risultato della somma dei beni individuali. Il bene comune finisce così per diventare una mera nozione astratta, o semplicemente un nome che designa soltanto una relazione associativa. Questa concezione riduttiva non corrisponde certamente alla realtà e si accorda ancor meno con la mentalità che sta alla base della dottrina sociale della Chiesa: il bene comune non è la somma dei beni individuali, non è una semplice collaborazione tra interessi privati, né soltanto una condizione favorevole al soddisfacimento delle necessità personali; allo stesso modo, la società non è un semplice aggregato di persone, così come un edificio non è la mera somma degli elementi che lo compongono.

        In effetti, “come un tutto organico non è la somma degli elementi che lo compongono, bensì un’unità superiore con una propria natura specifica, così lo stato non va concepito come la somma degli individui (secondo la concezione liberale), ma come un’entità di ordine superiore costituita dalla relazione reale esistente tra le parti. E tale entità collettive non solo hanno un’esistenza che non coincide con quella dei componenti, ma hanno pure una loro operazione”[5]. San Tommaso stesso è di accordo nell’affermare che ci sono operazioni di attribuire più all’insieme che ai soliti individui, pur se provocata da loro in ultima istanza: “Tuttavia, si tratta anche di un’azione compiuta dall’insieme, non da una sua singola parte, come ad esempio l’intervento di un intero esercito; e il traino di una nave è l’azione della moltitudine che la spinge”[6]. Così riafferma anche il principio che: “le parti amano naturalmente il tutto più di se stesse. E ogni individuo ama di più il bene della sua specie che il proprio bene particolare”[7].

            Il liberalismo invece, anche nelle sue versioni moderne, postula un crasso individualismo, dove “il bene comune è la somma dei beni individuali e ognuno crea la propria fortuna”, con il rischio -nel quale certamente si cade- di amoralismo economico e politico, perché questo dà luogo a cercare la fortuna perfino in modo no scrupoloso e amorale, ferendo perfino il vicino, abusando anche della proprietà privata, delle oscillazioni del mercato e dell’assenza dello stato.

            Lo stato, che certamente deve lasciare spazio alla libera iniziativa e proprietà, non può essere assolutamente assente della vita economica, come l’afferma -tra l’altro- la nuova enciclica del papa Leone XIV: «In questo senso possiamo affermare che “il tutto è più delle parti” e che proprio per questo «la mera somma degli interessi individuali non è in grado di generare un mondo migliore per tutta l’umanità»[8]. È un’illusione pensare che basti cercare il proprio progresso per contribuire al bene di tutti, senza doversi realmente preoccupare degli altri. Questa visione ignora il valore proprio e specifico del bene comune: esso è frutto dell’«interdipendenza»[9] che provoca una rete di bene sociale che si diffonde e si ripercuote sulle persone. Il bene comune è un plus, risultato dell’interazione e dell’influenza reciproca che collega diverse azioni, iniziative, sforzi e decisioni. Se si sommassero semplicemente i beni individuali, non si potrebbe spiegare l’esistenza di questo plus che li supera e allo stesso tempo li arricchisce.

         È la ricerca del bene comune che dà vita a un popolo, inteso non come semplice somma di individui, ma come realtà viva in cui le persone imparano a riconoscersi legate le une alle altre e corresponsabili della res pubblica. In questo senso, ogni persona contribuisce a costruire il proprio popolo con «un lavoro lento e arduo che esige di volersi integrare e di imparare a farlo fino a sviluppare una cultura dell’incontro in una pluriforme armonia[10]»[11]. 

            Seguendo l’orientamento della dottrina sociale della Chiesa, risulta perfettamente chiaro che il bene comune di cui si parla non è un semplice titolo o nome, né tantomeno una costruzione formale o quantitativa. È una realtà dotata di una propria consistenza, alla quale occorre tendere per se stessa e per la quale bisogna procurare mezzi efficaci, realmente efficaci. Da questo punto di vista, la teoria -non so se a torto o a ragione così denominata- del «gocciolamento» (trickle-down), secondo la quale, perseguendo il bene e la ricchezza individuale della maggioranza, tale ricchezza finirebbe per riversarsi sul resto della società, producendo un grande benessere collettivo, è sostanzialmente falsa. Anzitutto, perché è molto difficile calcolare in quale misura il resto della società possa effettivamente beneficiarsi di questo presunto traboccamento; ma soprattutto perché non si tiene conto di molti fattori individuali che non traggono beneficio dal semplice fatto che alcuni ricevano, si arricchiscano o addirittura spendano molto.

         La critica che attualmente -e ormai da diversi decenni- molti settori del mondo del lavoro, operatori pastorali e volontari, di matrice protestante ma soprattutto cattolica (compresi non pochi sacerdoti e vescovi), rivolgono a questa visione liberale dell’economia non è sbagliata. Il problema sta invece, nel fatto che spesso questi non vedono l’errore opposto nel quale si può cadere e nel quale effettivamente cadono; soprattutto, non si rendono conto che molti di coloro con cui si associano in queste rivendicazioni non possiedono a loro volta una corretta visione del bene comune. In realtà, molti non credono affatto in esso: dai rivoluzionari del Sessantotto in Europa, passando per tutti i movimenti rivoluzionari e socialisti latinoamericani e di altre parti del mondo, fino ad arrivare all’attuale ribellione della «generazione Z», per usare un’espressione oggi in voga, tutti loro protestano e fanno ribellione per altri scopi.

            Non è un peccato che persone di credenze o ideologie diverse, o persino persone che affermano di non professarne alcuna, gridino e protestino con veemenza in favore di valori che consideriamo giusti o addirittura cristiani. Bisogna però prestare attenzione al modo in cui lo fanno e a quali siano le loro autentiche rivendicazioni, perché molti di loro non condividono una visione di fondo di tali problematiche — e ancor meno condividono la nostra visione dell’uomo e della società — e, pertanto, perseguono in definitiva un fine diverso. Il Bene comune, per sua stessa natura, implica una finalità: un fine sociale, un fine che orienta gran parte della vita umana. Coloro che non credono in alcun Essere trascendente, e ancor meno in un Dio che si incarna, non concepiscono né apprezzano un autentico fine ultimo al quale tendere. Per loro, favorire i più bisognosi è possibile soltanto contrapponendosi, talvolta in modo attivo e militante, a coloro che possiedono beni in maggiore abbondanza. La realtà viene concepita secondo una chiave dialettica, fondata sull’opposizione e, spesso, sul desiderio di eliminare l’avversario o, quanto meno, di ridurlo a una condizione di assoluta impotenza.

            Qualcuno dirà che non è più il tempo di ricorrere alle rivendicazioni sociali mediante proteste e metodi violenti, considerando la «violenza» del passato un semplice elemento accidentale, che oggi sarebbe ormai cambiato. Gli avvenimenti che stanno accadendo in Europa proprio in questo mese di ottobre del 2026, e che non sono altro che la ripetizione di altri già vissuti nel passato non tanto lontano, ci ricordano che questo non è vero affatto. In realtà, quasi regolarmente le cose non stanno così, perché appena questi gruppi giungono a detenere un certo potere, riscoprono i metodi violenti che sostenevano di aver dimenticato. Ma c’è ancora di più: la violenza che rivendicano non è accidentale, bensì intrinseca alla loro visione delle realtà e delle cose. Essi la manifestano anche attraverso altre modalità: riducendo al silenzio e all’ostracismo i propri avversari, estromettendoli dai luoghi di influenza, ridicolizzandoli e disprezzandoli con mille epiteti attraverso la propaganda, sommergendoli di calunnie affinché possano essere incriminati tramite procedimenti iniqui e privi di fondamento, proprio come fece il Sinedrio contro Gesù. E tutto questo accade anche all’interno di gruppi che rivendicano il Bene comune; anzi, accade concretamente anche nella Chiesa. Ci sarà sempre un giudice come Pilato che, nel migliore dei casi, si laverà cortesemente le mani.

            Qualcosa di analogo accade con l’espressione giustizia sociale, tanto rivendicata dai gruppi di orientamento di sinistra, socialista o marxista. Non sono stati loro a coniarla: anche in questo caso, come in altri, la priorità spetta al Magistero della Chiesa. Nell’enciclica Quadragesimo Anno di papa Pio XI, dopo aver indicato gli errori di una concezione economica «individualistica», che per dimenticanza o ignoranza sopprime il carattere morale e sociale dell’economia, e della «dittatura economica», che in alcuni Paesi aveva soppiantato la libera concorrenza, si affermava: «Si devono cercare principi più elevati e più nobili, che regolino severamente e integralmente tale dittatura, vale a dire la giustizia sociale e la carità sociale»[12].

Papa S. Giovanni Paolo II nella consacrazione del mondo allo Immacolato Cuore di Maria nel 1984.

       In tempi più recenti, l’enciclica Centesimus Annus di san Giovanni Paolo II constatava il tentativo di instaurare in alcuni luoghi, sebbene non senza difficoltà, un ordine fondato su una certa forma di giustizia sociale: «In alcuni Paesi e sotto certi aspetti, dopo le distruzioni della guerra, si assiste a uno sforzo positivo per ricostruire una società democratica ispirata alla giustizia sociale, che priva il comunismo del suo potenziale rivoluzionario, costituito da masse sfruttate e oppresse. Queste iniziative cercano di mantenere i meccanismi del libero mercato, assicurando, mediante la stabilità monetaria e la sicurezza delle relazioni sociali, le condizioni per una crescita economica stabile e sana…»[13].

            Si afferma, pertanto, l’esistenza di un principio regolatore dei rapporti economici, che però deve ispirarsi alla capacità di dialogo e, in definitiva, a ciò che vi è di più intimo nella condizione umana, vale a dire a ciò che chiameremmo la sua essenza, senza dare spazio a negazioni infondate né a fragorose dialettiche rivoluzionarie. Per questo motivo, né il bene comune né la giustizia sociale possono essere negati, come proclamano le correnti liberali, né possono essere trasformati in processi distruttivi che si rivolgono contro l’uomo stesso, come vorrebbero il marxismo, lo spirito rivoluzionario e le loro varianti.

            In questo senso, è sempre opportuno ricordare che non essere di sinistra, non essere populista o socialista, non voler aderire a un pensiero «woke» o «debole», o comunque lo si voglia chiamare, non significa necessariamente essere di destra o liberali -pur se alle volte si ricorre a un neologismo per sostituire quest’ultimo termine-. E non significa nemmeno essere dispotici, come accade frequentemente con molti presidenti o governi democraticamente eletti che, una volta giunti al potere, agiscono illegalmente e non rispettano alcun principio del diritto, né internazionale né privato, né pubblico né consuetudinario.

            Dobbiamo essere consapevoli che la dottrina sociale della Chiesa e, ancor più, l’intera logica del Vangelo, del vero e autentico Vangelo, sono realistiche, sono possibili a vivere e sono applicabili tanto a livello personale quanto a livello comunitario: Soltanto la verità vi farà liberi (Gv 8,32).

 

R. P. Carlos D. Pereira, IVE

[1] S.S. PP Leone XIII, Au Milieu des Sollicitudes, 16/2/1892 (https://www.vatican.va/content/leo-xiii/it/encyclicals/documents/hf_l-xiii_enc_16021892_au-milieu-des-sollicitudes.html) [consultato il 17/5/2026].

[2] Catechismo della Chiesa Cattolica [1906], citando Conc. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 26. 74: AAS 58 (1966) [1046; 1096].

[3] Cfr. CCC [1907-09].

[4] “La sottomissione all’autorità e la corresponsabilità nel bene comune comportano l’esigenza morale del versamento delle imposte, dell’esercizio del diritto di voto, della difesa del paese” (CCC [2240]).

[5] Commento dell’editore a Summa Teologica di Tommaso di Aquino, in nota 1 a II-II, 61, 1; EDB Bologna (1984).

[6] Thomae Aquinae, In 1 Ethic, lect. 1, n. 5.

[7] Cf. S Th I, 60, a. 5.

[8] Già nel papa Francesco, Lett. enc. Fratelli tutti, 3/10/2020, 105: AAS 112 (2020), 1005.

[9] S. PP. Giovanni Paolo II, Lett. enc. Sollicitudo rei socialis, 30/12/1987, 38: AAS 80 (1988), 564.

[10] PP. Francisco, Exhort. ap. Evangelii Gaudium, 24/11/2013, 220: AAS 105 (2013), 1110.

[11] Cfr. PP. Leone XIV, Lett. Enc. Magnifica humanitas, 15/5/2026, 61-62 [consultata il 29/5/2026]

[https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/encyclicals/documents/20260515-magnifica-humanitas.html]

[12] S.S. papa Pio XI, Lettera enciclica Quadragesimo Anno, 15/5/1931, n. 88: AAS 23 (1931), 177-228. Il concetto era stato impiegato sistematicamente dal dotto gesuita L. Taparelli a partire dal 1840, benché esistesse già in precedenza. Esso coincide, per concezione e portata, con il termine di giustizia legale utilizzato dalla Scolastica, in particolare da san Tommaso d’Aquino.

[13] S. PP. Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Centesimus Annus, 1/5/1991: AAS 83 (1991), 847.

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