SACERDOZIO di CRISTO nel COMMENTO ai SALMI di SAN TOMMASO D’AQUINO

Seminario San Vitaliano 2026

Questa disertazione fu presentata il 21/4/2026 nelle Giornate Bibliche del seminario San Vitaliano Papa a Montefiascone (VT), Italia. Ecco adesso la seconda parte di quella disertazione.

  1. INTRODUZIONE

            Il Commento ai Salmi certamente non contiene un insegnamento ex professo (cioè esplicito) riguardo il sacerdozio di Cristo. Tuttavia non possiamo leggere il passato solo attraverso il filtro delle nostre concezioni moderne. Ora, se riusciamo ad entrare nella sua complessità, questo commento sembra contenere una teologia spirituale, che illumina la relazione sacerdotale di Cristo al suo Corpo mistico, la relazione del sacerdozio di Cristo con sacerdozio dei fedeli, e illumina l’esercizio di quest’ultimo[1]. Capire meglio la dimensione teologica di un’opera, così segnata dal suo tempo, richiede innanzitutto un rapido accenno sul lessico sacerdotale utilizzato.

2. SVILUPPO

1)    Il sacerdozio nel Super Psalmos

Analisi lessicale: Tutta la terminologia dei salteri latini non ha quasi mai spinto gli esegeti del periodo della scolastica a considerare i salmi come un luogo caratteristico della teologia del sacerdozio. Perché nel salterio si trovano solo 5 occorrenze della parola sacerdos, che non appare mai nei cinquantaquattro salmi che Tommaso ha commentato[2].

            Dopo questo primo approccio ancora molto materiale, si può trovare qualche contributo sulla dottrina del sacerdozio nel Commento ai Salmi? Anche se non troviamo il termine sacerdozio, forse si trova il concetto del sacerdozio, formulato con altri termini, che Tommaso ha potuto dedurre? Il Prologo di san Tommaso sottolinea, con argomenti nuovi per l’epoca, la necessità di una lettura cristologica dell’Antico Testamento, che deve essere parte integrante del senso letterale. Cioè, i salmi ci danno la visione di tutta la rivelazione che culmina in Cristo, poiché si comprendono, in forma di lode, tutti gli aspetti dell’economia divina, descritti separatamente nei libri della Bibbia[3]. È più Vangelo che profezia.

  • Premessa: I salmi (si capisca ogni salmo) annunciano il mistero di Cristo e della Chiesa; (modo): esprimono principalmente la preghiera e i sentimenti di Cristo di cui Davide è la figura tipologica[4].

            Presupposto ciò, per comprendere il modo in cui il sacerdozio di Cristo è inteso nel Super Psalmos, implica, da una parte determinare, in che modo Davide è considerato come sacerdote e, dall’altra, in che misura i salmi, pregate da Cristo stesso, costituiscono un atto sacerdotale.

2)     Unzione e Sacerdozio di Cristo

Unzione: Davide mai si è presentato come colui che ha ricevuto l’unzione del sacerdozio, ma la sua qualità di unto del Signore, rimanda secondo San Tommaso al sacerdozio di Cristo nel commento dei Sal 26 e 44[5]. Quale collegamento c’è tra la realtà dell’unzione e quella del sacerdozio?

Sintesi del Super Psalmo 44 n. 5: Nell’Antico Testamento venivano unti sacerdoti, re, e profeti, per significare il conferimento di certa benedizione, potere, indicare la sottrazione alla sfera profana e consacrazione a Dio, ma «questo si addice a Cristo» (Sup. Sal 44, 5) o «sembra meglio riferirlo a Cristo»[6] che era re, e allo stesso modo, un sacerdote che offriva sé stesso in sacrificio a Dio, ed era un profeta che preannunciava la via della salvezza.

            In tutti i commenti dell’epoca, il titolo del salmo 26: «Prima che Davide ricevesse l’unzione», richiama solo le tre unzioni regali di Davide. Ma san Tommaso, fondandosi sul principio cristologico, afferma, che bisogna preferire a questa lettura letterale una lettura cristologica.

Conclusione: Questo indica in Cristo l’unzione dello Spirito Santo, la pienezza della grazia, che lo abilita in triplice modo – al sacerdozio, alla regalità, e alla profezia, fino ad allora conferite a persone distinte. L’idea è ereditata da Pietro Lombardo e si ispira ad Agostino; la ritroviamo nel trattato del sacerdozio della Tertia Pars della Summa.

            Le funzioni del Cristo –regale, profetica, sacerdotale – consistono nel ‘dispiegarsi’ (explicatio) dell’unzione iniziale dello Spirito. Il sacerdozio di Cristo è ricevuto per comunicazione dello Spirito non è il frutto di un’unzione “materiale”, ma di un’unzione spirituale, con l’olio dello Spirito Santo. E lo Spirito Santo è chiamato olio:

  • perché come l’olio è superiore a tutti i liquidi, così lo Spirito Santo è superiore a tutte le creature: perché è l’Amore di Dio;
  • perché l’olio è diffusivo, così lo Spirito Santo è comunicativo.
  • perché l’olio è il fomentatore del fuoco e del calore, e lo Spirito Santo alimenta e nutre il calore dell’amore in noi.
  • l’olio illumina, così anche lo Spirito Santo.

            Lo Spirito Santo santifica la natura umana di Cristo in pienezza per sé stessa e, al fine di santificare i suoi membri per derivazione e partecipazione: «lo hai riempito abbondantemente di olio di grazia spirituale affinché da esso la grazia si diffondesse su di noi» (Super Ps., Sal 22); «tutti hanno la grazia solo in base alla sovrabbondanza e alla partecipazione; ma costui per sé e pienamente” (Super Ps., Sal 44 n. 2)[7]. Cioè, la grazia dei sacramenti è assimilata a un’unzione, che rende partecipi della grazia di Cristo[8]. Le tre funzioni – sacerdotale, regale, profetica – sono i modi concreti della partecipazione a questa grazia.

            I commenti medievali del salmo 26 non rilevano quasi mai la tematica regale e sacerdotale; Non si è fatto un avvicinamento (legame) tra unzione e sacramento dell’Ordine. In sintesi, il Super Psalmos considera il sacerdozio di Cristo come una componente dell’unzione conferita dallo Spirito alla sua natura umana (dal momento dell’Incarnazione). Così Cristo viene collocato come la fonte delle grazie del corpo ecclesiale. Questo riconoscimento dell’origine del sacerdozio, alla luce del Salmo 44, costituisce un contributo dei commenti scritturali. Associando il sacerdozio di Cristo alla perfezione che lo pone alla «fonte di tutte le grazie», la Somma nella IIIa (q. 22 a. 1, ad 3) usufruisce della nozione di unzione ereditata dalla Bibbia, e collega implicitamente il ruolo dello Spirito Santo. Così, il principio della derivazione della grazia sacerdotale di Cristo trova la sua piena esplicitazione solo nelle applicazioni teologiche della Somma, senza però che questo influsso determinante venga indicato nel commento ai Salmi[9] (dove rimane ancora all’ombra).

3)     Il sacerdozio davidico in san Tommaso

            Dopo aver mostrato come l’unzione di Davide evochi quella di Cristo e rimandi solo indirettamente al suo sacerdozio, bisogna domandarsi se Tommaso considera Davide come una figura sacerdotale, e in che misura lo fa? Dottore Angelico esita a parlare di una prefigurazione davidica del sacerdozio di Cristo. Anzi troviamo una negazione formale del sacerdozio di Davide: «David fu re e profeta, ma non fu sacerdote»[10]. David fu antenato di Cristo in quanto re e profeta, ma fu Abramo a esserlo secondo il sacerdozio. La q. 22 della Tertia Pars sottolinea l’eccellenza del sacerdozio di Cristo collegandolo al sacerdozio di Melchidesech[11]. La prefigurazione di questa eccellenza è rifiutata a Davide così come è negata l’unzione specifica che vi è associata.

            Per il fatto che David non è la figura di Cristo sacerdote nell’atto di immolazione cruenta della Croce, segue che il Commento ai Salmi non deve dunque trattare questa dimensione specifica del sacerdozio di Cristo, perché san Tommaso sembra applica preferibilmente il termine sacerdos al Cristo in quanto si offre nella Croce. Tuttavia, alcuni testi associano l’attività di Davide a certe funzioni sacerdotali: La IIIa q. 83 assimila Davide al sacerdote che, durante le funzioni sacre, presenta a Dio l’offerta a nome del popolo affinché sia accettata[12].

  • Il Commento ai Salmi, seguendo Pietro Lombardo, presenta Davide come «un sacerdote che sta davanti a Dio e dialoga con lui»[13], associando così la funzione sacerdotale e profetica.

            Secondo il titolo del Sal 51, «Davide significa il Cristo perché agisce secondo la dignità sacerdotale mangiando i pani dell’offerta»[14], che non è lecito mangiare se non ai soli sacerdoti, e figura non solo la persona del re ma anche del sacerdote. Dunque David è Cristo e il suo corpo (Cfr. P. Lombardo).

  • L’influsso di Pietro Lombardo è preponderante, ma analizzando l’Expositio super Matthaeum, questa prospettiva non era assurda nella mente del nostro autore: se David non è sacerdote, rappresenta comunque il popolo sacerdotale, che partecipa al culto ricevendo i pani dell’offerta. Questi «erano la figura del pane dell’altare che non è ricevuto solo dal sacerdote, ma anche dal popolo. David rappresenta (=figura) quindi qui il popolo»[15]. Cioè, una persona è anche in certo modo sacerdote perché partecipa al culto, che consiste nel ricevere il pane offerto.

            Sembra che san Tommaso abbia preparato da lontano la dottrina sulla natura del sacerdozio comune dei fedeli, formulata esplicitamente solo con Concilio Vaticano II come un modo peculiare di partecipazione dell’unico sacerdozio di Cristo[16]. Nella linea di questo sacerdozio ‘laico’, i salmi di Davide conducono san Tommaso ad insistere fortemente sull’offerta dei sacrifici spirituali da parte del Corpo mistico, ma sempre nella dipendenza dalla grazia del Cristo-Capo. San Tommaso considera questa offerta come una parte essenziale del sacerdozio di Cristo.

4)     Sacerdozio di Cristo e culto spirituale[17]

Ricordiamo che la Somma Teologica distingue nel sacerdozio di Cristo una triplice attività:

  1. Oblazione, compiuta una volta per tutte dal sacrificio della Croce;
  2. Partecipazione operata (operativa), compiuta ogni giorno dal sacrificio eucaristico;
  3. Consumazione nella gloria, quando i giusti ricevono la loro beatitudine eterna da Cristo[18].

            Il Super Psalmos insiste su una dimensione inclusa nel sacerdoziopartecipazione, che dispiega la virtualità dell’oblazione di Cristo e prepara la consumazione finale: qua si tratta del sacerdozio spirituale che si esercita già qui sulla terra tramite l’offerta dei sacrifici di lode, e si prolungherà nel culto celeste. Il suo frutto è l’unione dell’anima a Dio, appunto, tramite la confessione delle grandezze divine (la lode). Questo legame tra sacerdozio di Cristo e sacrificio spirituale è anche esplicitato nel commento dell’epistola agli Ebrei; da rivelare, che san Tommaso lo ha considerato come la finalità stessa del sacerdozio di Cristo[19]. Cioè, il sacerdozio di Cristo è ordinato specialmente all’offerta del sacrificio spirituale, di cui il sacrificio di lode è un tipo. Il Commento presuppone questo fatto, perché associa il sacerdozio e sacrificio interiore;

Conclusione: l’atto con cui Cristo si offre per amore costituisce l’atto proprio del sacerdozio della Nuova Alleanza[20] / offerta totale della sua volontà al Padre è essenza del suo atto sacerdotale.

            In questo schema, l’agire sacerdotale di Cristo si realizza certamente nel sacrificio corporeo della Croce e nel sacrificio sacramentale della messa, nell’Eucaristia[21]. Ma non si riduce a questo!

  • Dall’Eucaristia «deriva un triplice effetto: spirituale, vale a dire sazietà, lode e vita»[22].

            Il sacramento dell’altare, dice san Tommaso, ha come effetto una conversione o un riorientamento dell’anima verso Dio, che conduce non a rendergli un culto cerimoniale, ma offrire a lui il culto interiore dei veri adoratori[23]. Per Tommaso la lode divina è l’ufficio di ogni battezzato, che continuerà in Cielo[24]. Ma è innanzitutto l’ufficio di Cristo su cui è innestato il sacerdozio dei battezzati: il loro culto non è che l’espansione[25] del suo. Tutto il culto cristiano deriva dal sacerdozio di Cristo[26]. La natura di questo culto è interamente fondata nella capacità dei battezzati di estendere, attraverso un’effettiva attuazione, l’amore unico che Dio manifesta in suo Figlio verso ogni uomo che grida la sua sofferenza in attesa della liberazione definitiva.

            Sembra che in san Tommaso il culto (= la lode) equivale alle opere della giustizia e della misericordia[27]?

5)     La preghiera dei salmi, atto sacerdotale del Corpo mistico

            L’esegesi figurativa del Super Psalmos concepisce i salmi come l’espressione per eccellenza del sacerdozio, di cui Cristo è la perfetta realizzazione. San Tommaso nella Somma aveva precisato che la preghiera di Cristo rientra nel suo sacerdozio, perché spetta al sacerdote offrire le preghiere del popolo, e soprattutto perché l’epistola agli Ebrei afferma con l’autorità dei libri canonici, che Cristo offre, in quanto sacerdote, preghiere e suppliche[28]. I salmi permettono a san Tommaso di concretizzare: quale è la dimensione interiore della mediazione del suo sacerdozio?

            Quando Davide nei salmi prefigura i sentimenti e i movimenti umani di Cristo in preghiera per la Chiesa e i suoi membri, essi ne esprimono l’intenzione e la modalità affettiva[29]. Cioè esprimono la vita interiore di Cristo. Secondo il Prologo, la causa finale della preghiera dei salmi è l’unione dell’anima a Dio. Il salterio (cioè i salmi) ne è lo strumento, perché i salmi conducono alla preghiera, che è elevazione dell’anima verso Dio[30].

            Ma nei salmi c’è l’equivalenza costante tra la preghiera e il sacrificio, cioè i salmi sono visti come il substrato (la base) del culto spirituale del Corpo mistico unito all’atto sacerdotale di Cristo[31]. Il nostro commento attribuisce così alla preghiera dei salmi la stessa finalità che la IIIa, q.22. a.2 attribuiva al sacrificio di Cristo sacerdote: unire perfettamente l’uomo a Dio mediante un atto visibile che sia il sacramento di un sacrificio invisibile. Infatti, il Dottore Angelico orienta la sua interpretazione partendo dal grande principio ecclesiologico e liturgico di sant’Agostino:

«tutto ciò che è offerto a Dio affinché lo spirito dell’uomo sia elevato verso Dio ha valore di sacrificio»[32]. Un’opera buona è sacrificale se volta a unire l’uomo a Dio in una santa comunione.   

            I salmi, dunque, in quanto finalizzati all’unione con Dio, sono una specie (tipo) dei sacrifici spirituali a causa della loro doppia dimensione di lode e di confessione pubblica della fede. Il Super Psalmos è l’opera di san Tommaso che insiste più fortemente sui termini di lode e di sacrificio, con 150 occorrenze per ciascun termine. Questo ci induce ad esplicitare due elementi legati alla dimensione sacerdotale del culto spirituale: la nozione di sacrificio interiore e di sacrificio di lode.

6)     Il sacrificio interiore

            Certamente, Dio deve essere venerato con dei segni e gesti esteriori: «Non pregherò solo con la devozione del mio cuore, ma anche con segni esteriori e manifesterò la mia devozione». Ma la novità radicale del sacrificio di Cristo risiede nell’atto interiore di volontà che lo conduce a offrirsi interamente a Dio in compimento di tutti i sacrifici[33]

            Secondo l’interpretazione tomista del Sal 39, 7 il compimento della volontà di Dio nell’umanità concreta di Cristo sostituisce tutti gli antichi sacrifici e ottiene la salvezza di tutti[34]: «Non hai voluto né sacrificio né oblazione […], allora ho detto: “ecco, vengo […] per fare la tua volontà”» (Eb 10, 6-7). Ormai Dio non chiede più altra oblazione che questo sacrificio di sottomissione e anche di lode, che Cristo ha offerto fin dall’Incarnazione e di cui l’Eucaristia, sacrificio di lode per eccellenza, perpetua la presenza.[35] Di lode, ma perché?

            L’agire sacerdotale cristiano consisterà nell’integrare, nelle dimensioni concrete dell’esistenza, l’intenzione e la modalità del sacrificio interiore di Cristo[36]. Sacrificio interiore è il sacrificio della giustizia, con il quale Cristo ha offerto sé stesso, e perché è di tale potenza, da poter soddisfare, giustificare l’uomo. Gli uomini si offrono in sacrificio per amore di Dio. Questo sacrificio sono le opere dei giusti: perché le opere della giustizia e della misericordia sono come sacrificio.

            La parte essenziale dell’atto sacerdotale della Nuova Alleanza si riduce all’atto interiore di devozione, un sacrificio spirituale mosso dall’amore in dipendenza della grazia di Cristo[37], «perché le cose esteriori non piacciono a Dio, se non c’è la grazia interiore, che un semplice uomo non può dare». E quindi chi offre un sacrificio con più devozione è più accettato, non importa quanto grandioso possa essere. In altre parole, è il desiderio intimo di piacere a Dio e di unirsi a lui che rende il sacrificio gradito (adatto), e questi viene causato dalla grazia. Poiché dipende dalla rettitudine morale di colui che offre, il peccato lo priva di ogni valore[38].

            Sotto l’influsso di sant’Agostino, e in termini quasi identici a quelli della Somma, il Commento ai Salmi ricorda che «ogni sacrificio offerto esteriormente è il segno (o rappresentazione) del sacrificio interiore con cui l’uomo offre la sua anima a Dio»[39]. Ma poiché ogni rappresentazione è fatta per mezzo di certi segni, e la parola è il segno per eccellenza delle intenzioni del cuore, allora tra i sacrifici, ha la preminenza il sacrificio di lode – espressione del sacrificio interiore: “il sacrificio di lode mi onorerà” (Sal 49).

Conclusione: Si dice che la lode è un sacrificio, perché esprime la devozione interiore e la fede (esprime l’unione con Dio, unione nella volontà e nell’intelletto).

            Inoltre, non ci può essere vera lode, che non si realizzi nell’agire: opere di misericordia, virtù, padronanza del corpo; insomma, l’agire cristiano nel suo insieme, tutto ciò che è nostro, deve essere offerto a Dio e integrato nell’intenzione fondamentale del sacrificio spirituale. San Tommaso arriva persino a dire: «La mia preghiera sono le mie opere». Non siamo lontani da san Francesco di Sales e dalla sua «estasi dell’opera e della vita»[40], perché come diceva lui: «All’apice dell’unione con Dio, oltre i rapimenti dell’estasi contemplativa, si colloca quel rifluire di carità concreta, che si fa attenta a tutti i bisogni degli altri e che egli chiama ‘estasi della vita e delle opere’».

            Per mezzo della lode vocale si manifesta la grandezza di Dio e si annunciano i suoi benefici[41]. Conclusione: Salmodiare, significa non solo lodare con la bocca, ma con il cuore e le azioni.

III. CONCLUSIONE

Vediamo come nel Commento dei Salmi san Tommaso adotta una visione sacramentale della funzione del sacerdozio: un medesimo dinamismo di grazia associa il culto antico, il sacerdozio di Cristo e della Chiesa di quaggiù e il culto celeste, nell’unica intenzione di stabilire tramite la mediazione di Cristo questa santa comunione tra l’uomo e Dio di cui parlava sant’Agostino nella Città di Dio. Grazie alla valorizzazione del culto dei sacrifici spirituali di cui i salmi sono il tipo, grazie al principio secondo cui i salmi sono l’espressione della vita interiore di Cristo, fino all’intenzione della Redenzione, il Super Psalmos riflette un’intelligenza cristologica e battesimale del sacerdozio.

            Possiamo quindi apprezzare nel Super Psalmos perché si mettono in evidenza due punti della nostra teologia del sacerdozio:

  1. situando il sacerdozio di Cristo al livello della grazia capitale e nella dipendenza dello Spirito Santo, indica che il suo esercizio si prolunga oltre l’agire personale di Cristo e del culto sacramentale per investire tutto l’agire del Corpo mistico;
  2. situando il sacerdozio dei cristiani nella dipendenza della grazia di Cristo, conferisce all’offerta dei sacrifici interiori le caratteristiche di un sacerdozio ricco di una dinamica discendente di confessione pubblica della fede e di una dinamica ascendente di intercessione e unione.

            Contemporaneo della Somma di teologia, dove il trattato sul sacerdozio di Cristo appare come una novità nel panorama scolastico, il Commento ai salmi accenna al sacerdozio solo con delle allusioni senza originalità apparente. Ma sotto il velo dell’implicito, l’ordinamento delle figure e il gioco delle equivalenze lasciano intuire un’attenzione particolare alla dimensione sacerdotale della grazia del Cristo-Capo a cui partecipa, nell’unzione dello Spirito, tutto il popolo fedele. La nozione di sacerdozio si trova così ampliata fino alla partecipazione dei battezzati, nella lode di una vita santa che i salmi fanno pregare, alla missione del Cristo-Sacerdote stabilito per restaurare l’unità tra Dio e gli uomini. Compendio di tutta la Scrittura, indica la via attraverso la quale la Chiesa ritorna a Dio nel movimento della mediazione sacerdotale di Cristo. La formula “in finem“, ricorrente nei titoli dei salmi della Vulgata, significa infatti per Tommaso che i salmi conducono a Cristo che è il compimento definitivo di ogni cosa[42].

Sem. Tadei (Marian) Hanchak, IVE

[1] Cf. J.-P. Torrell, «Saint Thomas d’Aquin, maître spirituel», Initiation 2/Vestigia 19, Fribourg / Paris 1996, 23-28.

[2] Sal 77, 64; 98, 6; 109, 4; 131, 9.16 (Salteri gallicano, romano e Iuxta Hebreos). Una variante del Salterio romano vi aggiunge Sal 76, 21: cfr. Robert Weber, «Il Salterio romano e gli altri antichi Salteri latini», Colectanea biblica latina 10, Roma, 1953 e ms. Parigi, B.N. lat. 11947.

[3] Questa idea, sostenuta dalla stessa autorità di Pseudo-Dionigi, si trova nell’opera di Tommaso solo nel prologo del Super Psalmos e nella Summa (III, q. 83, a. 4): «La prima parte della preparazione [alla Messa] è la lode divina che si compie nell’Introito secondo quella del Salmo [49, 23]: “Il sacrificio di lode mi onorerà e lì mostrerò la via con cui gli mostrerò la salvezza di Dio”. E questo è tratto, come viene cantato molte volte, dai Salmi, o almeno con il Salmo: perché, come dice Dionigi, in 3 cap. De Eccles. Hier, i Salmi includono a modo di lode tutto ciò che è contenuto nella Sacra Scrittura»; Super Ps., Proem. 1: «La questione è davvero universale perché, sebbene ogni libro abbia canonicamente questioni specifiche della Scrittura, questo libro ha la questione generale di tutta la teologia. Ed è questo che dice Dionigi nel terzo capitolo della gerarchia delle “ode divine” dell’Ecclesiastico, cioè dei Salmi: “La Sacra Scrittura intende cantare teologie e operazioni divine in generale”»; cfr. Dionysiaca, Ed. Ph. Chevallier, Paris-Bruges, II, 1190; PG 3, col. 430 D.

[4] Cfr. Super Ps. 2, 1: «Infatti, per mezzo di Davide si intende Cristo, perché Davide è chiamato forte di mano, e Cristo “la potenza di Dio”, I Cor 1 [v. 18]. Davide è anche chiamato desiderabile nell’aspetto, e Cristo “lo splendore della gloria”, Eb 1 [v. 3]. Egli è “colui sul quale gli angeli desiderano posare lo sguardo”, I Petr. 1 [v. 12]»; cfr. Super Ps. 1, 1; 39, 4. — Cfr. Super Ps. 17, 16: «le parole sono pronunciate come se provenissero dalla persona di Cristo o da un uomo giusto»; 21, 9: «il salmo dalla persona del Signore che espone la passione»; 21, 10: «il salmista nella persona di Cristo»; 21, 20: «nella persona di Cristo che prega»; 21, 21: «il salmista dalla persona di Cristo»; 22, 1: «il salmista di cui sopra nella persona di Cristo»; 40, 7: «nella persona di Cristo»; 49, 6: «nella persona del Signore».

[5] Si ritrova occasionalmente la tematica dell’unzione nel commento dei Sal 2, 1; 19, 1; 20, 3 (Bo): «E così nella figura di Cristo Davide è stato prevenuto da una grazia speciale: perché fu unto come re, quando era ancora ragazzo, prima che lui stesso pensasse al regno»; e 22 [v. 5] (Bo): «Hai unto il mio capo, cioè Cristo, cioè lo hai riempito abbondantemente di olio di grazia spirituale affinché da esso la grazia si diffondesse su di noi. I Cor 8 [v. 6]: “un solo Signore Gesù Cristo per mezzo del quale tutto e noi per mezzo di lui”; Sal [44, 8]: “Dio ti ha unto, ecc.”». Il sacerdozio qui non è oggetto di alcun sviluppo specifico.

[6] Cfr. Super Ps 26, 1: «Tuttavia sembra meglio riferirlo a Cristo: nel Nuovo testamento si pongono due unzioni, cioè del re e del sacerdote, e Cristo fu unto con l’olio dello Spirito Santo; Sal: Ti ha unto Dio ecc., come re e sacerdote. E questa unzione si trasmette fino a noi: Sal: Come l’unguento sul capo che scende, ecc. Gv. 1: Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto. Dunque, per primo siamo unti con un’unzione sacramentale in figura del futuro regno. Saremo infatti re, cioè liberi. E poiché ancora soffriamo nemici, poi siamo unti doppiamente con la gloria attuale, cioè con la stola della gloria dell’anima e del corpo. Cristo però fu prima unto con l’unzione della grazia, poi della gloria».

[7] Cfr. Col. 2 [v. 3]: “poiché egli è lo splendore della sua gloria e la figura della sua sostanza”.

[8] Cfr. Pietro Lombardo, In Ps. 26, PL 191, col. 267 B: «…prima veniamo unti, qui in segno del futuro regno, mentre riceviamo la grazia dello Spirito Santo nel battesimo e negli altri sacramenti; Secondo, nel futuro saremo unti come re, quando riceveremo la libertà della gloria dei figli di Dio e la redenzione del nostro corpo».

[9] Da notare che il Compendium theologie ignora fino ai termini unctio/ungere che il Contra Gentes usa solo nel suo significato sacramentale in relazione alla confermazione e all’estrema-unzione, ad eccezione di SCG IV, cap. 21; ed. leon., XV, p. 82 a, l. 9: «… unctio ad habilitatem hominis ad perfectas operationes […] pertinere videtur», che non riguarda Cristo, ma l’azione dello Spirito Santo in generale.

[10] Cf. Catena in Matth. 1, 1, p. 10b: «Chrysostomus Super Matth. (Op. imperf., hom. 1). David fu re e profeta, ma non fu sacerdote»; ibid. 12, 3-4, p. 192a: «Chrysostomus In Matth. (hom. 40). […] da David non sacerdote»; Catena in Marc. 2, 26, p. 450b: «Beda. David re nutrito con cibo sacerdotale è scusabile; quanto più il Figlio dell’uomo, vero re e sacerdote…»; In Matth. 1, 1, no 20: «Se avesse nominato solo David, non si denoterebbe in Cristo la dignità sacerdotale».

[11] Cfr. Gn 15, 9; IIIa, 31, a. 2: «Cristo sarebbe stato re, profeta e sacerdote. Abramo invece fu sacerdote […], fu anche profeta. David invece fu re e profeta».

[12] Vedi IIIa, q. 83, a. 4: «Circa oblationem due cose vengono fatte, cioè la lode del popolo nel canto dell’offertorio, per cui si significa la letizia degli offerenti e la preghiera del sacerdote che chiede che l’offerta del popolo sia accettata da Dio. Unde et I Paralip. 29 [v. 17]disse Davide: “Io, nella semplicità del mio cuore, ho offerto con gioia tutte queste cose e ho visto il tuo popolo qui presente offrirti doni con grande gioia” e poi [v. 18]orat dicens: “Domine Deus, custodi hanc voluntatem”»; cfr. Messale S.O.P., Antifona d’offertorio della messa di dedicazione delle chiese.

[13] Super Ps. 14, 1 (Bo): «Titulus. Salmo di Davide. In questo salmo si fanno due cose. Nam quasi sacerdos existens coram Deo, consulit Deum». Si tratta ancora dell’influsso di Pietro Lombardo, In Ps 14, PL 191, col. 167 B: «Propheta, quasi sacerdote davanti al propiziatorio, cerca chi nella Chiesa presente sia degno di servire Dio e chi nella futura beatitudine riposerà».

[14] Super Ps. 51, 1 (Bo, F): «Infatti, per David si intende Cristo, sia perché ha esercitato l’ufficio della dignità regale, sia anche perché ha esercitato la dignità sacerdotale, mangiando i pani dell’offerta. E principalmente si intende tutto questo salmo dei malvagi che perseguitano Cristo, sia in sé, sia nei membri»; Pietro Lombardo, In ps. cit., PL 191, col. 495 C-D: «Il re David mangiò i pani dell’offerta che non è lecito mangiare se non ai soli sacerdoti (Levit. 24), figurava non solo la persona del re ma anche del sacerdote. Dunque David è Cristo e il suo corpo».

[15] In Matth. 12, 4, no 980: «Quel pane era figura di un altro pane, cioè del pane dell’altare, che non solo dal sacerdote, ma anche da altro popolo è percepito; perciò David figura lì il popolo. Onde Apoc. 5 [v. 10]: “Ci hai fatto per il nostro Dio un regno e sacerdoti”».

[16] Costituzione Dogmatica Lumen Gentium, 10: “Il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o gerarchico, quantunque differiscano essenzialmente e non solo di grado, sono tuttavia ordinati l’uno all’altro, poiché l’uno e l’altro, ognuno a suo proprio modo, partecipano dell’unico sacerdozio di Cristo [16]. Il sacerdote ministeriale, con la potestà sacra di cui è investito, forma e regge il popolo sacerdotale, compie il sacrificio eucaristico nel ruolo di Cristo e lo offre a Dio a nome di tutto il popolo; i fedeli, in virtù del loro regale sacerdozio, concorrono all’offerta dell’Eucaristia [17], ed esercitano il loro sacerdozio col ricevere i sacramenti, con la preghiera e il ringraziamento, con la testimonianza di una vita santa, con l’abnegazione e la carità operosa.”

[17] L’agire salvifico di Cristo nella sua chiesa avviene con la comunicazione del suo unico sacerdozio sotto due forme. Anzitutto egli partecipa a tutti i credenti il suo sacerdozio con i sacramenti del battesimo e della cresima. Questo dono viene denominato ‘sacerdozio regale’. Questo sacerdozio regale di tutta la chiesa, che si esercita nell’ordine reale ed esistenziale della vita dei credenti consiste nell’offerta a Dio del culto della propria vita in tutte le sue manifestazioni. Egli è l’unico sommo sacerdote che con il sacrificio di se stesso salva tutti gli uomini; quei fedeli che egli elegge diventano in mezzo ai loro fratelli il segno del sacerdozio di Cristo. Il ‘sacerdozio ministeriale’ è costituito al servizio del sacerdozio regale ed è il sacramento dell’unica mediazione del sacerdozio di Cristo affinché tutti i credenti e tutta la chiesa possano esercitare il culto reale esistenziale della offerta sacrificale a Dio.

[18]  Cf. IIIa 22, a. 6, ad 2; a. 5.

[19] In Hebr. 3, 1, n. 157: «Omnis sacerdos ordinatur ad sacrificia offerenda. Duplex est autem sacrificium, scilicet corporale vel temporale […]. Aliud autem est sacrificium spirituale quod est in fidei confessione. Ps 49 [v. 23]: “Sacrificium laudis honorificabit me”. Et ad istud sacrificium institutus est Christus»; il sacerdozio di Cristo è così ordinato all’offerta del sacrificio e specialmente del sacrificio spirituale di cui il sacrificio di lode è il tipo. In Hebr. 5, 7, Marietti n. 255: «Actus autem ejus [Christi sacerdotis] fuit quia obtulit preces et supplicationes. Hoc est spirituale sacrificium quod Christus obtulit […] Ad istud sacrificium spirituale ordinatur sacerdotium Christi».

[20] IIIa, 22, a. 2, s.c.

[21] Cfr. Super Ps. 21, 21: «Questi voti Cristo li ha adempiuti offrendosi alla passione. E ancora il suo corpo è stato dato come cibo ai fedeli. Perciò dice voti, cioè sacrifici, li renderò sull’altare della croce e in sacrificio dei fedeli. E questo farò davanti a coloro che temono Dio»; Super Ps. 21, 25: «Da ciò hanno ricevuto un doppio bene, cioè la partecipazione al sacramento e la venerazione del culto divino. Riguardo al primo dice che hanno mangiato, sebbene indegnamente perché sono carnali. I Cor 15 [v. 50]: “La carne e il sangue non erediteranno il regno di Dio”. Dei beni ha detto sopra che saranno saziati e loderanno e vivranno nei secoli dei secoli. Di questi dice che adoreranno perché venerano il sacramento per la fede che hanno».

[22] Super Ps. 21, 22: «E da ciò segue un triplice effetto spirituale, cioè sazietà, lode e vita.» Et ex hoc sequitur triplex effectus; spiritualis, scilicet satietas, laus et vita».

[23] Cfr. Super Ps. 21, 23: «…conversio animae ad Deum». Questo è l’effetto del sacramento dell’altare: «I veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità».

[24] Cfr. Super Ps. 50, 9: «Allora accetterai il sacrificio di giustizia« […]. E questo è il sacrificio di lode di cui parla il Salmo. «Beati coloro che abitano nella tua casa, nei secoli dei secoli ti loderanno».

[25] Cfr. «Sacerdoce du Christ et sacerdoce des chrétines dans le Commentaire des Psaumes», 132.

[26]   In termini molto simili al commento del Sal 44, cfr. IIIa, 63, a. 3; 69, a. 4; 72, a. 2. Il Sal 44, 8 è l’unico versetto del Sal 44 a essere citato nella Somma riguardo alla confermazione: cfr. IIIa, 72, a. 3. — Mentre nella IIIa, 66, a. 10, ad 2 (citando Beda), l’unzione data al battesimo rende solamente «partecipante della regalità di Cristo», il commento delle Sentenze associa più ampiamente la crismazione battesimale alla doppia dignità sacerdotale e regale dei cristiani: In IV Sent., d. 7, q. 3, a. 3, qla 2, ad 1 (Moos, no 203): «[Unctio] significa dignità regale e sacerdotale nel battezzato, perché inizia a essere nel numero di coloro ai quali si dice “voi siete gente santa, sacerdozio regale” (I Piet., ii, 9)»; cfr. anche De regimine principum I, cap. xvi, Marietti, n. 819: «Da lui [Cristo] deriva il sacerdozio -regale. E ciò che è di più, tutti i fedeli cristiani, in quanto sono sue membra, sono chiamati re e sacerdoti»; cfr. In Hebr. 1, 9, n. 64.

[27] Cfr. Super Ps. 50, n. 9.

[28] Cf. Heb 5, 6-7; IIIa, 22, a. 1: «L’ufficio del sacerdote è essere mediatore tra Dio e il popolo […] in quanto offre a Dio le preghiere del popolo»; a. 4, ad 1.

[29] Cf. Super Ps. 21, 1: «Queste parole le disse Cristo nella persona del peccatore o della chiesa…»

[30] Cf. Super Ps., Proem: «La fine della preghiera è l’elevazione della mente a Dio». Damascenus, libr. 3: “Oratio est ascensus intellectus in Deum”; Ps. [140, 2]: “L’elevazione delle mie mani è un sacrificio serale” […]. Il fine, dunque, è che l’anima sia unita a Dio come santo ed eccelso.

[31] Il Commento all’epistola agli Ebrei fa notare che la preminenza d’onore accordata ai salmi dagli ebrei era dovuta al loro utilizzo preponderante nella liturgia sacrificale: «Apud Iudeos erant quaedam scripturae minus notae et quaedam magis notae et ideo maioris dignitatis sunt scripturae psalmorum, quibus ipsi utebantur in omnibus sacrificiis suis» (In Hebr. 2, 6, n. 105).

[32] IIIa, 22, a. 2: «Tutto ciò che viene offerto a Dio affinché lo spirito dell’uomo si elevi verso Dio può essere chiamato sacrificio […] Affinché lo spirito dell’uomo si unisca perfettamente a Dio, cosa che avverrà al massimo grado nella gloria»; Cf. IIa-IIae 85, a. 3, ad 1.

[33] Cfr. Super Ps. 28, 2: «L’offerta era fatta di tre tipi di animali, cioè di buoi, capre e agnelli. E tra gli altri animali, l’agnello era il sacrificio più comune … Si dice che ogni mattina e sera veniva immolato un agnello perché attraverso l’agnello Cristo era rappresentato in modo massimo ed esplicito (Gv 1, 29): “Ecce Agnus Dei”»; passaggio comune alla Catena in Ioan. 1, 29, 348 e alla IIIa, 22, a. 3, ad3; Super Ps. 19, 1: «E quindi chi offre il sacrificio con più devozione è più accettato, qualunque esso sia». Queste possono essere riferite al sacrificio di Cristo che si offrì completamente sull’altare della croce.

[34] Cfr. Super Ps. 21, 21: «Il voto di Cristo fu di offrirsi per la salvezza dei fedeli. Egli infatti lo promise in quanto uomo. Ps. [39, 9]: “Ho voluto fare la tua volontà, Dio mio”. Questa volontà di Dio è la nostra santificazione. Gv 6 [v. 38]: “Sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato”. Cristo ha adempiuto questi voti offrendosi alla passione».

[35] Cfr. Super Ps. 25, 4 (Bo): «…dice per ascoltare la voce della lode. E questo letteralmente intorno all’altare materiale perché questo sacrificio è massimamente accetto a Dio. Ps [49, 23] Il sacrificio di lode mi onorerà. Inoltre la lode che lo Spirito Santo parla in noi, Ps. [84, 9] Ascolterò ciò che il Signore Dio parla in me».

[36] Cfr. Super Ps. 50, 9 (Bo).

[37] Cfr. Super Ps. 49, 7; Super Ps. 48, 3 (Bo): «Non piacciono a Dio le cose esteriori, se non c’è la grazia interiore, che l’uomo puro non può dare».

[38] Cfr. Super Ps. 50, 8 (Bo, F): «Quicquid est in vi appetitiva debet Deo offerri in sacrificium.» (cf. Super Ps. 28, 1: «Debet homo primo Deo placere et postea ei oblationem facere») (cf. Super Ps. 39, 4) (cf. Super Ps. 19, 1: «Et ideo qui plus devote sacrificium offert magis est acceptum quantumcumque sit illud. Hec referri possunt ad sacrificium Christi qui totum se obtulit in ara crucis»). (cf. Super Ps. 42, 2; Super Ps. 50, 8).

[39] S. Agostino, De Civitate Dei X, v, CCSL 47, p. 276-277, l. 10-16: «Né va inteso altro, se non che quelle cose erano simboleggiate da ciò che avviene in noi, affinché possiamo aderire a Dio e, allo stesso scopo, prenderci cura del prossimo. Il sacrificio visibile, quindi, è il sacramento del sacrificio invisibile, vale a dire un segno sacro» — Cfr. Super Ps. 50, 8: «Omne sacrificium quod offertur exterius, signum est interioris sacrificii in quo animam suam homo offert Deo»; 1-17; II-II q. 85, a. 2 et a. 4; III, 22, a. 2. Questo passaggio di Agostino non è citato letteralmente ed esplicitamente che nella Somma (II-II 81, a. 7, ad 2; q. 94, a. 2; q. 60, a. 1, s.c.; q. 82, a. 4) e nell’In Rom. 12, 1, no 957. Lo si ritrova in una forma più vicina al nostro commento, ma senza riferimento a sant’Agostino nella SCG III, cap. 120, Ed. leon., t. 15, p. 373, l. 9-12: «Il sacrificio esteriore, tuttavia, è rappresentativo del vero sacrificio interiore, secondo il quale la mente umana si offre a Dio».

[40] Benedetto XVI: “All’apice dell’unione con Dio, oltre i rapimenti dell’estasi contemplativa, si colloca quel rifluire di carità concreta, che si fa attenta a tutti i bisogni degli altri e che egli chiama “estasi della vita e delle opere” (ibid., libro VII, cap. VI)”.

[41] Cfr. Super Ps. 47, 6: «Distribuite le sue case cioè dispensando diverse chiese a diversi ministri affinché non ci sia confusione nella chiesa […]. Un’altra lettura ha i suoi gradi cioè ordini diversi alcuni suddiaconi alcuni diaconi e alcuni sacerdoti (Ef 4), e lui ha dato alcuni come apostoli, ecc. Il fine di questa considerazione è la lode di Dio […] E cosa raccontate? Due cose perché ogni predicazione deve essere ordinata a due cose cioè a mostrare la magnificenza di Dio come quando predica la fede o ad annunciare i benefici di Dio affinché la carità si accenda nei loro cuori»; Super Ps. 50, 7; Super Ps. 39, 5: «Per la confessione della verità l’uomo ottiene la salvezza».

[42] Cfr. Super Ps. 40, 1: «Questo salmo che fece Davide ci conduce alla fine, cioè in Cristo»; Super Ps. 44, 1: «Questo salmo ci conduce alla fine, Cristo, per coloro che saranno trasformati, cioè dallo stato di infedeltà a Cristo, da cui dice per i tuoi padri, ecc.»; Super Ps. 45, 1: «Questo salmo dunque tende alla fine, cioè a Cristo, è di Davide per i misteri, cioè per la manifestazione dei misteri»; cfr. Super Ps. 38, 2: «Finis accipitur hic Christus».

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