Storicità dei Vangeli: Metodologia usata per datare (II): due metodi

I-Vangeli-sono-dei-reportages.-Anche-se-a-qualcuno-non-va-201x300

          Presentiamo adesso la seconda parte del primo capitolo: La metodologia utilizzata per datare i Vangeli, pp. 15-30, sempre dal volume I vangeli sono dei reportages, di Marie- Christine Ceruti- Cendrier (originale in francese); edizione italiana pubblicata da Mimep – Docete, 2008, Pessano con Bornago, 368 pagine.

            Abbiamo ormai chiarito che si parlava di tre metodi per datare e studiare la Storicità dei Vangeli:

  • Il primo consiste nel datare i supporti, vale a dire il materiale usato (pergamena, inchiostro); o anche i caratteri, o la tecniche di stampa.
  • Il secondo è il metodo “filologico”, e consiste nello studiare la lingua del testo in questione.
  • Il terzo metodo è quello degli “indizi”. Se l’autore fa riferimento ad altri avvenimenti dei quali si conosce con certezza la data.
  • C’era un quarto metodo, quello del contenuto, che si applicava quasi soltanto ai testi sacri (in questo caso i vangeli) e che risultava di essere il più ideologico, giacché per le sole idee espresse si pretendeva sapere con esattezza il tempo di composizione e redazione. L’autrice ci dava già un esempio. Eccoci un altro, che mostra il presupposto ideologico: È Xavier Léon-Dufour in Résurrection de Jésus et Message Pascal (pp. 166-167), che ce lo fornisce, a proposito delle guardie al sepolcro di cui parla san Matteo [e il vangelo apocrifo di Pietro, che il nostro autore mette sullo stesso piano]. Ed ecco come Léon-Dufour data un passaggio del Vangelo:

«Queste due citazioni [alcune parole delle guardie e di Pilato; N.d.A.][1] hanno l’effetto di deresponsabilizzare Pilato, facendo proclamare da dei pagani, cioè da dei testimoni ritenuti ‘oggettivi’, la realtà della resurrezione di Gesù. Questi dettagli apologetici ci portano a un livello di redazione posteriore a quella che cerchiamo di raggiungere, e che caratterizza l’aspetto epifanico e teologico riconosciuto più su. Sembra dunque che, oltre alla tradizione sulla visita delle donne al sepolcro, ne sia esistita un’altra, riguardante le guardie al sepolcro. Deve essere nata in ambienti più marginali rispetto a quella precedente, perché non trova eco che in Matteo e in quello apocrifo di Pietro [N.d.A.]. A quando risale? Difficile dirlo con precisione. Tuttavia, se si ammette che quello di Pietro è indipendente dalla tradizione sinottica e se si riconosce che offre su alcuni punti una tradizione meno evoluta di quella di Mt, si può ammettere che presto, nella Chiesa, sia circolata una storia di guardie al sepolcro. Qual era il suo contenuto? L’orientamento apologetico di questa tradizione è chiaro. Si è voluto utilizzare un racconto che descriveva la resurrezione di Gesù per convincere gli increduli; si è voluto al tempo stesso distruggere una leggenda che circolava sul furto del cadavere di Gesù.»[2] 

Come ognuno può constatare, non è la filologia, né sono gli indizi e meno ancora l’archeologia quello che permette a Dufour datare questo intero racconto di Matteo, ma lo è il suo contenuto – interpretato d’altronde da lui stesso o da certa scuola di pensiero, che suppone una certa intenzione teologica in quello che ha l’ha scritto (aspetto escatologico ed epifanico), e che per forza supporrà un periodo di elaborazione, e come conseguenza una datazione tardiva e una falso del punto di vista storico.[3]

  • Riguardo al metodo filologico, sarebbe sbagliato dire che gli esegeti moderni non si interessano. Soltanto che lo fanno al modo loro. Dicono, ad esempio: “Questa parola non aveva al tempo di Gesù ־ Scusa! – al tempo delle prime “comunità”, lo stesso significato che ha oggi, e di conseguenza non significa assolutamente quello che pensate …” Così P. Grelot, ad esempio: «Visto il significato dato a questa formula (risurrezione dei morti) ai suoi tempi, Gesù non annuncia che resusciterà “due giorni dopo” la sua morte, bensì “nel giorno della consolazione, quando Dio farà vivere i morti”: Si trattava non tanto di un dato temporale, quanto dell’espressione, in termini delle Scritture, della certezza del suo trionfo finale.» (Grelot, citato da E. Charpentier, p. 27).

In compenso, vari autori si sono presi la briga di esaminare il vocabolario e le costruzioni sintattiche dei Vangeli per attribuir loro una datazione: L’abate J. Carmignac rileva dei semitismi di pensiero, di vocabolario, di sintassi, di stile, di composizione, di trasmissione, di traduzione, e persino dei semitismi multipli. In ciascun caso, egli fornisce numerosi esempi, inoltre, nel suo La Naissance des Evangites synoptiques, dimostra, anche con altri mezzi, che i Vangeli sono stati scritti in principio in ebraico o in aramaico.[4] Ricordiamo che questa dimostrazione equivale a dire che essi sono stati redatti prima dell’anno 70, data della distruzione di Gerusalemme, a partire dalla quale divenne inutile, se non addirittura pericoloso, parlare quelle lingue. E che, di conseguenza, i Vangeli sono autentici, storici, perché scritti da testimoni oculari, o da persone che, se avessero affermato il falso, sarebbero state immediatamente contraddette da testimoni ancora viventi, e presenti.

Tresmontant si dedica esattamente allo stesso compito, e con altri argomenti e altre espressioni arriva alla stessa conclusione. Ad esempio, in Lc 9,51 si legge in greco: kai autos to prosôpon estèrisen tou poreuesthai eis lerousalem, il che significa esattamente: E fissò il proprio volto di andare a Gerusalemme. Come in italiano o in altra lingua moderna, anche in greco questo non ha proprio significato, e di fatto, viene tradotto con un altro tipo di espressione, come Si diresse risolutamente verso Gerusalemme. Eppure, Tresmontant spiega – con tanti esempi tratti dall’ebraico dell’Antico Testamento – che si tratta di un’espressione ebraica tradotta alla lettera dall’ebraico. Gli esempi e le dimostrazioni di questo genere sono innumerevoli. Eppure, questo tipo di ricerca è stata aspramente criticata dalla maggioranza degli studiosi, senza però presentare argomenti di rilievo.[5]

Il metodo filologico, dunque, se onestamente usato, dovrebbe fornire molti argomenti in favore dell’autenticità dei vangeli così come della sua datazione nel periodo apostolico. Purtroppo, non è quest’onestà scientifica quella che prende il sopravvento negli studi biblici.

  • Analizziamo ora il secondo metodo, quello degli indizi: Quando nei Vangeli si parla della distruzione di Gerusalemme, si lo fa di sfuggita, in termini cioè di profezia. L’avvenimento è talmente enorme – trattandosi dell’annientamento di tutto quello che gli ebrei avevano di più sacro – che J.A.T. Robinson ne ha dedotto che i Vangeli dovevano essere stati scritti prima del 70, anno di quella distruzione da parte dei romani. E pure altri studiosi, come l’emerito padre M.-J. Lagrange, o. P., fondatore dell’Ecole Biblique a Gerusalemme, pensavano che fossero delle autentiche parole e frasi pronunciate da Gesù.[6] Ma gli scritti di questi studiosi sono stati lasciati cadere nel dimenticatoio.

La professoressa Cendrier ci rapporta inoltre questo prezioso riferimento: «Jacqueline Genot-Bismuth (che non è né cattolica né cristiana, ha compiuto degli scavi archeologici a Gerusalemme, ed è professoressa all’Università della Sorbonne Nouvelle, dove occupa la cattedra di Giudaismo antico e medioevale) assicura che l’autore del Vangelo di san Giovanni non può che essere un testimone oculare, tanto i dettagli forniti sono precisi e attinenti ai risultati degli scavi da lei compiuti. Inoltre, in un’intervista apparsa ne Il Sabato del 14 ottobre 1992, si può leggere (quest’intervista):

  • Nel libro Un Homme nommé Salut, lei pubblica documenti ebraici del I secolo, dove si parla di libri cristiani che possono far pensare ai vangeli.
  • Genot-Bismuth: È un passo del Sabbat 116 (tratto dal Talmud completo). Ed è molto chiaro. Non solo parla di awangelayon e fa giochi di parole polemici su evangélion, ma riporta addirittura una citazione esplicita di Matteo.
  • Cosa?
  • Genot-Bismuth: È riportato il dialogo tra un patriarca e un cristiano. E il cristiano ad un certo punto afferma: “È scritto nel vangelo che: non sono venuto per abolire ma per compiere. Testuale. Se non si vuole accettare neanche questo è finita. Allora tutto è falso, nel mondo.”[7]

Questa scoperta non ha affatto impedito che si continuasse a insegnare come il vangelo di san Matteo sia stato scritto alla fine del I secolo, e che si seppellissero le affermazioni della Genot- Bismuth con il consueto rituale …»

Vittorio Messori ha accumulato nel suo libro: Patì sotto Ponzio Pilato? le “coincidenze” tra i dettagli forniti incidentalmente nei Vangeli e quello che l’archeologia ci rivela oggi. Il suo libro fu pubblicato in Italia nel 1992 (tradotto in francese solo nel 1997). Ecco un esempio tratto: “(…) alcuni anni fa, nella valle gerosolimitana del Cedrone, venne alta luce (in un cimitero di notabili) una tomba di famiglia dei tempi di Gesù. Iscrizioni indicano lì la sepoltura dei parenti di un Simone di Cirene.” I riferimenti indicano che probabilmente non si tratta di una semplice coincidenza. Ecco dunque l’episodio dimenticato che corrobora un passaggio del Vangelo.

Abbiamo anche il riferimento alla piscina di Betzaetà di cui parla lo stesso Messori in Ipotesi su Gesù. Se il Vangelo di san Giovanni, quello più recente, è stato scritto decenni dopo gli avvenimenti da comunità che non avevano mai messo piede a Gerusalemme, com’è possibile che parli di una piscina che ha cinque portici? Piscina che sarebbe difficile ad immaginare. Soltanto quelli testimoni oculari si avrebbero dato il lusso di descriverla così. Ed infatti, i recen­ti scavi archeologici a Gerusalemme l’hanno scoperta: il quinto portico passava sopra l’acqua, collegando tra di loro i portici dei lati più lunghi del rettangolo che essa formava. Messori fornisce del resto altri esempi di “miti” evangelici ai quali si è dovuto recentemente riconoscere come storici.[8]

Sul metodo dei supporti ne parleremo in un prossimo post.

[1] Le parole di Pilato in Mt 27,65: «Voi avete un corpo di guardia: andate e prendete le precauzioni che credete». Le parole dei giudei e atteggiamento delle guardie in Mt 28, 11-14: Alcune delle guardie, recatesi in città, riferirono ai capi dei sacerdoti tutto l’accaduto. Essi, radunatisi insieme agli anziani, dopo essersi consultati, diedero ai soldati una cospicua somma di denaro dicendo: «Dite che di notte sono venuti i discepoli di lui e l’hanno portato via, mentre noi dormivamo. Se la cosa dovesse giungere per caso alle orecchie del governatore, lo convinceremo noi a non darvi noia alcuna».

 [2] Cfr. X. Léon Dufour: Résurrection de Jesus et message pascal ; Ed. Du Seuil, Paris 1971, pp. 166 – 67.

[3] Come afferma E. Charpentier, Christ est ressuscité! Cahiers Evangile, Ed. du Cerf 1984; p. 51: «Una piccola messa in scena».

[4] Jean Carmignac (1914-1986) è un biblista francese. Presente dal 1954 nella Scuola biblica di Gerusalemme (Ecole Biblique de Gerusalemme), viene ben presto in contatto con i manoscritti del Mar Morto (Qumran), scoperti da poco, dei quali diventa uno specialista. Fonda la Revue de Qumran, insieme ad altri specialisti, e inizia la pubblicazione di diversi traduzioni ebraiche dei vangeli canonici. Studiando appunto gli abbondanti semitismi in loro presenti (espressioni o termini in greco, ma che non rispondono alle regole del greco classico o ellenistico, bensì alla struttura o grammatica o lessico ebraico o aramaico), arriva alla conclusione che alcuni vangeli – specialmente i sinottici, senza necessariamente escludere Giovanni- erano redatti inizialmente in ebraico simile a quello utilizzato nei manoscritti trovati al Mar Morto, che risalirebbero allo stesso tempo. Le sue schede di lavoro e parecchi dei suoi scritti, donati da lui all’Institute Catholique de Paris, non possono ancora essere consultati (dovrebbe essere possibile nel 2016). La sua opera di divulgazione è tradotta nonostante in italiano: La nascita dei Vangeli Sinottici, ed. Paoline2, Cinisello Balsamo 1986.

[5] L’opera di Claude Tresmontant, citata da Ceruti- Cendrier a p. 26, è: Le Christ Hébreu. La langue et l’âge des Evangiles, F.-X. De Guibert, o Albin Michel (1992). Si segnala nonostante che non tutte le opere di Tresmontant, sebbene con delle intuizioni di grande valore, sono conformi al dogma cattolico in diversi punti.

[6] Cfr. M.J. Lagrange, L’Evangelo di Gesù Cristo, Morcelliana – Brescia6 1955, p. 436: «Che queste parole siano state pronunciate da Gesù e la distinzione risalga fino a Lui lo si prova dalla interpretazione di s. Luca e più ancora da questa sorprendente dichiarazione che il secreto della fine del mondo non è stato confidato al Figlio. Qual discepolo di Gesù avrebbe osato imporre un tal limite alla scienza di lui?» Anche p.433, nota 3 a Lc 21,24.

[7] Si tratta del Talmud di Babilonia: un commento della Mishnah composto assai dopo il primo secolo della nostra era (terminato alta fine del V secolo, secondo Brierre-Narbonne). Solo che il testo di cui parla qui la Genot-Bismuth riporta un fatto il cui protagonista è “Rabbi Gamaliel”, vale a dire, sembra, secondo il contesto di questa intervista “GAMLi’EL, nome del capo fariseo del Sinedrio alla metà del I secolo.” Cfr. J. Genot-Bismuth, Un Homme nommé Salut : Genèse di une hérésie à Jérusalem ; Ed. F.X. de Guibert, p. 321.

[8] V. Messori, Ipotesi su Gesù¸ Mame 1976, e Patì sotto Ponzio Pilato, Società ed. Internazionale 1992.

Aggiungi ai preferiti : Permalink.

Rispondi